refl

il reflecting

Si può affermare che non esiste terapia più “classica” del reflecting (si ispira al “conosci te stesso” degli oracoli greci e alla “maieutica” di Socrate) e il suo fine ultimo è raggiungere una mitica armonia: l’equilibrio delle emozioni.
Nonostante queste lontane radici nel mondo classico, anzi proprio grazie a queste, la tecnica del reflecting si rivela particolarmente adatta per tutta una serie di “malesseri”più o meno palesi, quando la terapia farmacologia si rivela inefficace o insufficiente nella cura di disturbi psicosomatici, fobie ed altre forme di disagio psicologico.
La differenza sostanziale da altri tipi di approccio (counseling ecc…) è che il reflecting cura la persona, non il problema. Gli “strumenti” a disposizione sono tutti quelli del repertorio comunicativo e la capacità del reflector è quella di attivarli e dosarli abilmente, in modo da stimolare la riflessione profonda del paziente.
Compito essenziale del reflector è, quindi, quello di ascoltare e di sollecitare la riflessione, un processo autonomo della persona che garantisce un’autentica presa di coscienza dei propri problemi e infonde il coraggio di affrontarli, basandosi sul principio che ogni persona trova in se stessa le risposte ai suoi dubbi e alle sue difficoltà.
Il reflector si pone, quindi, come colui che aiuta a rintracciare e a recuperare quella riserva meravigliosa di forze che si trovano sopite dentro di noi e costituiscono la risorsa per la nostra guarigione.
Il mezzo che permette questa ricerca è appunto la riflessione, una sorta di abilità perduta nella odierna società del pensiero veloce.

la coppia

Il metodo Reflecting in coppia sollecita l’ascolto e lo scambio autentico del NOI, sostando nell’ascolto di quello che emerge a livello emozionale, senza coprire con le parole. Esso respinge ogni procedimento che si affida all’incoraggiamento, alle istruzioni, alle interpretazioni e ai buoni consigli, per offrire invece un aiuto esclusivo e indispensabile a promuovere la riflessione a due. Perché la coppia possa essere aiutata in questo suo procedere, e possa trovare nella riflessione un contributo alla propria crescita, il metodo fa appello a tutti i contenuti espressivi e comunicativi andando oltre l’utilizzo della parola come frammento della comunicazione. L’obiettivo di questo nuovo metodo è quello di favorire un’evoluzione positiva sfruttando le risorse personali e quelle ancora più forti che emergono dal NOI. Un modo per conoscersi e proporsi in direzione di una crescita che agevoli il coraggio di affrontare i rischi e le delusioni esistenziali e che favorisca lo sviluppo delle proprie potenzialità fino a raggiungere la libertà di essere se stessi insieme all’altro.

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Genitori

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Parent Education Program Reflecting Based

Un programma di educazione dei genitori (Parent Education Program) è un corso indirizzato a migliorare le capacità genitoriali di una persona. Tali corsi, che sono rivolti a gruppi, possono essere di carattere generale, cioè affrontare i problemi più comuni che i genitori possono incontrare, o specifici, indirizzati in altre parole a genitori di neonati, bambini, adolescenti ecc.. oppure orientati verso persone che stanno pensando di avere un bambino o di adottare uno, o sono in attesa.
Destinatari
Genitori di bambini in età scolare con problemi nel comportamento (20 persone)
Obiettivo generale
Rafforzare la famiglia, base relazionale della comunità; offrire ai genitori uno spazio di contatto con se stessi, di accoglienza delle loro esperienze e dei loro vissuti, di condivisione, di confronto delle loro pratiche educative. Valorizzare le risorse e le potenzialità presenti
Obiettivi specifici
Migliorare la qualità della vita percepita all’interno della famiglia
Migliorare le strategie di coping dei genitori (maggiore attitudine positiva, maggiore task coping, minore evitamento).
Diminuire la discrepanza fra sé-come-genitore “reale” e “ideale”
Migliorare i rapporti familiari e all’interno della coppia genitoriale
Articolazione formativa, metodi e strumenti
Il programma si è articolato in 10 incontri a cadenza quindicinale di 1h 45’ ciascuno, preceduta da una fase preliminare.
Per il programma sono stati utilizzate slide con frasi-stimolo, immagini figurative tratte dal libro “il facile mestiere di genitore” e spezzoni di film, inseriti all’interno della cornice metodologica del reflecting.

Gruppi

“bisogno di incontrarsi e di confrontarsi”.

così come individualmente il reflector incontra la persona senza etichettature, incasellamenti diagnostici, preconcetti e schemi precostituiti, alla medesima maniera un incontro tra tante e più persone ed il reflector non può dimenticare questo stesso principio deontologico. Il bisogno di incontrare la persona si impone come prima necessità professionale e richiede, da subito, la rottura di numerose e confermate abitudini.

  • Nessuna “rottura” imposta, certamente. E’ lo stesso reflector che con la sua scienza – e le sue gesta da questa ispirate – può permettersi una navigazione su altri mari.
  • Gli stimoli che il Reflecting conduce all’interno dei gruppi sono i medesimi che già da soli “destrutturano” i setting indiviuali: voce alle persone, una definita “presenza” del reflector, corposa ma mai ingombrante, spazio al silenzio, costruzione e ri-costruzione di un setting in cui ciascun partecipare possa ritrovare il piacere di riscoprirsi al di là dei ruoli o dei costrutti.
  • La prima grande rivoluzione al “gruppo” lo fa, dunque, il gruppo stesso: messa nelle condizioni di guardarsi negli occhi e di vivere un’atmosfera di incontro reale con gli altri – come lei o diversi da lei – scardina un importante presupposto, quello di imporre temi o di veicolare discussioni. Il reflector, di certo, ha l’indiscusso compito di favorire la comunicazione ma semplicemente disponendo un ambiente lontano da ogni condizionamento, da ogni volontà esterna a se stesso.
  • Il reflector ha una grande responsabilità in tal senso: così come diventa spesso “specchio” del soggetto che si incontra individualmente, alla stessa maniera si impone come specchio del gruppo che si riunisce. In esso l’intero gruppo si specchia e si ritrova; in esso ritrova l’ambiente idoneo per perdere – con coraggio – ogni necessità di essere !qualcuno” o di indossare i panni di qualcos’altro.
  • Perdere la maschera è possibile quando l’ambiente che ci ospita dichiara la sua capacità a contenerci così come siamo: il lavoro di gruppo rimanda certamente al bisogno, tutt’altro che banale, di costruzione di questo tipo di atmosfera, un’atmosfera fiduciosa che sa che anche un gruppo, come la singola persona, conosce bene il proprio percorso e, una volta condotto nella direzione della propria esplorazione, lascia emergere le immense ricchezze che possiede.
  • Di certo, il reflector che si ritrova in un gruppo non dimenticherà mai di incontrare i singoli occhi di chi compone un cerchio di persone: è la fiducia nel progresso che gli da la sicurezza che ogni cosa evolve verso la direzione maggiormente più idonea e che il suo ruolo è semplicemente quello di “esserci” e di “metacomunicare” se stesso: “io mi fido di te, della tua capacità di darti consiglio, di indirizzare I tuoi passi perchè il gruppo stesso costruisce, con te, le condizioni idonee perchè qualcosa cresca”. Questo è il messaggio, implicito, che mi sentivo di comunicare quando, ascoltando, davo l’intima parola al gruppo.
  • Bandito, naturalmente, ogni suggerimento, consiglio o “massima” che rischia di far ricadere ogni intervento nel banale e nel retorico. Davanti a tanti momenti preziosi, è stato il silenzio e lo sguardo che ha riempito gli spazi e che ha permesso incontri sinceri e profondi tra persone sempre differenti. Prendere posizione, qualunque posizione – e me ne accorgevo – voleva dire metacomunicare “io non mi fido di te”. E se l’ambiente che ci circonda non si fida di noi, non c’è alcuna possibilità che ci spinga a manifestarci. Perchè lo “spirito del gruppo” emerga è necessario costruire questa “fiducia” e lavorare per preservarla dal fantasma dell’interventismo, dalle paure dell’attesa e dal timore di ciò che non si conosce, dell’ignoto che dimora dentro ciascun uomo e che, nel gruppo, guida le sorti.
  • il bisogno richiesto a chiare lettere è proprio quello di essere considerati e valorizzati per quel che si è, per le necessità del momento e non per quelle che si posticipano al domani o si recuperano dal passato. Ha riportato alla luce, nei genitori intimoriti dal proprio ruolo, risorse e potenzialità che solo un’uscita dal labirinto del problema poteva portare… Essere presente ha riportato i singoli partecipanti al gruppo eterogeneo svoltosi negli spazi dello studio professionale a pensarsi più liberamente, con la trasparenza che soprattutto il Reflector deve veicolare già dai primi momenti di incontro.

TRATTO DA RIFLESSIONI DI UNA MIA ALLIEVA…E COLLEGA..LETIZIA LAMPO.

donna allo specchio Picasso